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CAPITOLO VIII
IL SENTIMENTO DELLA PIETA'.
COME LE CREATURE PRIVE DI RAGIONE
SEMBRAVANO AFFEZIONARSI A LUI
1134 1. La vera pietà, che, come dice l'Apostolo,
è utile a tutto aveva riempito il cuore di Francesco,
compenetrandolo così intimamente da sembrare che dominasse
totalmente la personalità di quell'uomo di Dio.
La pietà lo elevava a Dio per mezzo della devozione,
lo trasformava in Cristo per mezzo della compassione, lo faceva
ripiegare verso il prossimo per mezzo della condiscendenza e,
riconciliandolo con tutte le creature, lo riportava allo stato
di innocenza primitiva.
Per essa sentiva grandissima attrazione verso le creature, ma
in modo particolare verso le anime, redente dal sangue prezioso
di Cristo Gesù; e, quando le vedeva inquinate dalle brutture
del peccato, le compiangeva con una commiserazione così
tenera che ogni giorno, le partoriva, come una madre, in Cristo.
1135 E la ragione principale per cui venerava i ministri
della parola di Dio era questa: che essi fanno rivivere la discendenza
del loro fratello morto, cioè fanno rivivere il figlio
di Cristo, che è stato crocifisso per i peccatori, quando
li convertono, facendosi loro guida con pia sollecitudine e
con sollecita pietà.
Affermava che questo ufficio della pietà è più
gradito di ogni sacrificio al Padre delle misericordie, soprattutto
se viene adempiuto con zelo dettato da carità perfetta,
per cui ci si affatica in esso più con l'esempio che
con la parola, più con le lacrime della preghiera che
con la loquacità dei discorsi.
1136 2. E pertanto - diceva- è da compiangere,
perché privo di pietà vera, sia il predicatore
che, nella sua predicazione, ricerca non la salvezza delle anime,
ma la propria gloria; sia il predicatore che con la malvagità
della vita distrugge quanto ha edificato con la verità
della dottrina .
Diceva che a costoro è preferibile uno semplice e privo
di lingua, ma capace di spingere gli altri al bene col suo buon
esempio.
1137 Aveva un suo modo di spiegare l'espressione biblica:
Anche la sterile ha partorito molti figli. “La sterile,
diceva, è il frate poverello, che non ha nella Chiesa
l'ufficio di generare figli. Costui, nel giorno del giudizio,
partorirà molti figli, nel senso che in quel giorno il
Giudice ascriverà a sua gloria quelli che egli ora converte
con le sue preghiere nascoste. Colei che ha molti figli diventerà
infeconda, nel senso che il predicatore vanitoso e loquace,
il quale ora si rallegra di avere molti figli, come se li avesse
generato per propria virtù, allora conoscerà che,
in costoro, lui non ha niente di suo”.
1138 3. Cercava la salvezza delle anime con pietà
appassionata, con zelo e fervida gelosia e, perciò, diceva
che si sentiva riempire di profumi dolcissimi e, per così
dire, cospargere di unguento prezioso, quando veniva a sapere
che i suoi frati sparsi per il mondo, col profumo soave della
loro santità, inducevano molti a tornare sulla retta
via.
All'udire simili notizie, esultava nello spirito e ricolmava
di invidiabilissime benedizioni quei frati che, con la parola
e con le opere, trascinavano i peccatori all'amore di Cristo.
1139 Per la stessa ragione, quelli che violavano la
santa Religione con opere malvagie, incorrevano nella sua condanna
e nella sua tremenda maledizione: “Da te, o Signore santissimo,
e da tutta la celeste curia e da me pure, tuo piccolino, siano
maledetti coloro che, con il loro cattivo esempio, sconvolgono
e distruggono quanto, per mezzo dei santi frati di quest'Ordine,
hai edificato e non cessi di edificare”.
Spesso, pensando allo scandalo che veniva dato ai piccoli, provava
una tristezza immensa, al punto da ritenere che ne sarebbe morto
di dolore, se la bontà divina non l'avesse sorretto con
il suo conforto.
1140 Una volta, turbato per i cattivi esempi, con grande
ansietà di spirito, pregava per i suoi figli il Padre
misericordioso; ma si ebbe dal Signore questa risposta: “Perché
ti turbi, tu, povero omuncolo? Forse che io ti ho costituito
pastore della mia Religione, senza farti sapere che il responsabile
principale sono io? Ho scelto te, uomo semplice, proprio per
questo: perché le opere che io compirò siano attribuite
non a capacità umane, ma alla grazia celeste. Io ho chiamato,
io conserverò e io pascerò e, al posto di quelli
che si perdono, altri ne farò crescere. E se non ne nasceranno,
li farò nascere io; e per quanto gravi possono essere
le procelle da cui questa Religione poverella sarà sbattuta,
essa, col mio sostegno sarà sempre salva”.
1141 4. Il vizio della detrazione, nemico radicale
della pietà e della grazia, lo aveva in orrore come il
morso del serpente e come la più dannosa pestilenza.
Affermava che Dio pietosissimo l'ha in abominio, perché
il detrattore si pasce col sangue delle anime, dopo averle uccise
con la spada della lingua.
Sentendo, una volta, un frate che denigrava un altro nella buona
fama, si rivolse al suo vicario e gli disse: “Su, su,
indaga ben bene e, se trovi che il frate accusato è innocente,
infliggi al frate accusatore un castigo durissimo, che lo faccia
segnare a dito da tutti”.
Qualche volta giudicava che si doveva spogliare dell'abito chi
aveva spogliato il proprio fratello della sua buona fama e non
voleva che costui elevasse gli occhi a Dio, se prima non aveva
procurato con ogni mezzo di restituire quanto aveva sottratto.
“La cattiveria dei detrattori – diceva - è
tanto maggiore di quella dei ladri, quanto maggiore è
la forza con cui la legge di Cristo, che trova il suo compimento
nell’amore ci obbliga a bramare la salvezza delle anime
più di quella dei corpi”.
1142 5. Si chinava, con meravigliosa tenerezza e compassione,
verso chiunque fosse afflitto da qualche sofferenza fisica e
quando notava in qualcuno indigenza o necessità nella
dolce pietà del cuore, la considerava come una sofferenza
di Cristo stesso.
Aveva innato il sentimento della clemenza, che, la pietà
di Cristo, infusa dall'alto, moltiplicava.
Sentiva sciogliersi il cuore alla presenza dei poveri e dei
malati, e quando non poteva offrire l'aiuto, offriva il suo
affetto.
Un giorno, un frate rispose piuttosto duramente ad un povero,
che chiedeva l'elemosina in maniera importuna Udendo ciò,
il pietoso amatore dei poveri comandò al frate di prostrarsi
nudo ai piedi del povero, di dichiararsi colpevole, di chiedergli
in carità che pregasse per lui e lo perdonasse.
Il frate così fece, e il Padre commentò con dolcezza:
“Fratello, quando vedi un povero, ti vien messo davanti
lo specchio del Signore e della sua Madre povera. Così
pure negli infermi, sappi vedere le infermità di cui
Gesù si è rivestito”.
In tutti i poveri, egli, a sua volta povero e cristianissimo,
vedeva l'immagine di Cristo. Perciò, quando li incontrava,
dava loro generosamente tutto quanto avevano donato a lui, fosse
pure il necessario per vivere; anzi era convinto che doveva
restituirlo a loro, come se fosse loro proprietà .
1143 Una volta, mentre ritornava da Siena, incontrò
un povero. Si dava il caso che Francesco, a causa della malattia,
avesse indosso sopra l'abito un mantello. Mirando con occhi
misericordiosi la miseria di quell'uomo, disse al compagno:
“Bisogna che restituiamo il mantello a questo povero:
perché è suo. Difatti noi lo abbiamo ricevuto
in prestito, fino a quando ci sarebbe capitato di trovare qualcuno
più povero di noi”.
Il compagno, però, considerando lo stato in cui il padre
pietoso si trovava, oppose un netto rifiuto: egli non aveva
il diritto di dimenticare se stesso, per provvedere all'altro.
Ma il Santo: “Ritengo che il Grande Elemosiniere mi accuserà
di furto, se non darò quel che porto indosso a chi è
più bisognoso”.
1144 Qualunque cosa gli dessero per alleviare le necessità
del corpo, chiedeva sempre ai donatori il permesso di poterla
dar via lecitamente, se incontrava uno più bisognoso
di lui.
Insomma non la perdonava proprio a nulla: mantelli, tonache,
libri e perfino i paramenti dell'altare, tutto elargiva agli
indigenti, appena lo poteva, per adempiere ai compiti della
pietà.
Spesso, quando per la strada incontrava qualche povero con un
carico sulle spalle, glielo toglieva e lo portava sulle sue
spalle vacillanti.
1145 6. Considerando che tutte le cose hanno un'origine
comune, si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e
chiamava le creature per quanto piccole col nome di fratello
o sorella: sapeva bene che tutte provenivano, come lui, da un
unico Principio.
Tuttavia abbracciava con maggior effusione e dolcezza quelle
che portano in sé una somiglianza naturale con la pietosa
mansuetudine di Cristo o che la raffigurano secondo il significato
loro attribuito dalla Scrittura.
Spesso riscattò gli agnelli che venivano condotti al
macello, in memoria di quell'Agnello mitissimo, che volle essere
condotto alla morte per redimere i peccatori.
1146 Una notte, mentre il servo di Dio era ospite presso
il monastero di San Verecondo, nella diocesi di Gubbio, una
pecorella partorì un agnellino. C'era là una scrofa
ferocissima, che, con un morso rabbioso, uccise la creaturina
innocente.
Udito il fatto, il padre pietoso fu preso da profondissima compassione
e, pensando all'Agnello senza macchia, si lamentava davanti
a tutti per la morte dell'agnellino.
“Ohimè, fratello agnellino, - diceva - animale
innocente, che rappresenti Cristo agli uomini, maledetta sia
quell'empia che ti ha ucciso. E nessuno, uomo o bestia, possa
mangiare la sua carne!”.
Cosa meravigliosa: la porca malefica immediatamente si ammalò
e, dopo avere scontato con tre giorni di sofferenza la sua colpa,
subì finalmente l'esecuzione vendicatrice.
Fu gettata nel fossato del monastero e là rimase per
molto tempo, divenendo secca come un'asse. Nessun animale, per
quanto affamato, si cibò della sua carne. Riflettano,
a questo punto, le persone crudeli: con quali pene esse saranno
colpite alla fine, se è stata colpita con una morte così
orrenda la ferocia di una bestia? I fedeli devoti, a loro volta,
sappiano valutare quanto potente e ammirevole, quanto dolce
e generosa fosse la pietà del servo di Dio, se anche
i bruti, a loro modo, le rendevano omaggio.
1147 7. Un giorno, trovandosi in cammino nei pressi
di Siena, incontrò un grande gregge di pecore al pascolo.
Secondo il suo solito, le salutò benevolmente, e quelle,
smettendo di brucare, corsero tutte insieme da lui, sollevando
il muso e fissandolo con gli occhi alzati. Gli fecero tanta
festa che i frati e i pastori ne rimasero stupefatti, vedendo
gli agnelli e perfino gli arieti saltellargli intorno in modo
così meraviglioso.
1148 In un'altra circostanza, a Santa Maria della Porziuncola,
portarono in dono all'uomo di Dio, una pecora, che egli accettò
con gratitudine, perché amava l'innocenza e la semplicità
che, per sua natura, la pecora dimostra. L'uomo di Dio ammoniva
la pecorella a lodare Dio e a non infastidire assolutamente
i {rati. La pecora, a sua volta, quasi sentisse la pietà
dell'uomo di Dio, metteva in pratica i suoi ammaestramenti con
grande cura. Quando sentiva i frati cantare in coro, entrava
anche lei in chiesa e, senza bisogno di maestro, piegava le
ginocchia, emettendo teneri belati davanti all'altare della
Vergine, Madre dell'Agnello, come se fosse impaziente di salutarla.
Durante la celebrazione della Messa, al momento dell'elevazione,
si curvava con le ginocchia piegate, quasi volesse, quell'animale
devoto, rimproverare agli uomini poco devoti la loro irriverenza
e volesse incitare i devoti alla reverenza verso il Sacramento.
1149 Durante il suo soggiorno a Roma, il Santo aveva
tenuto con sé un agnellino, mosso dalla sua devozione
a Cristo, amatissimo agnello. Nel partire, lo affidò
a una nobile matrona, madonna Jacopa dei Sette Soli, perché
lo custodisse in casa sua. E l'agnello, quasi ammaestrato dal
Santo nelle cose dello spirito, non si staccava mai dalla compagnia
della signora, quando andava in chiesa, quando vi restava o
ne ritornava.
Al mattino, se la signora tardava ad alzarsi, l'agnello saltava
su e la colpiva con i suoi cornetti, la svegliava con i suoi
belati, esortandola con gesti e cenni ad affrettarsi alla chiesa.
Per questo la signora teneva con ammirazione e amore quell'agnello,
discepolo di Francesco e ormai diventato maestro di devozione.
1150 8. Un'altra volta, a Greccio, offrirono all'uomo
di Dio un leprotto vivo. Fu lasciato libero, in terra, perché
scappasse dove voleva. Ma quello, sentendosi chiamare dal padre
buono, gli corse vicino e gli saltò in grembo. Il Santo,
colmandolo di carezze, lo compassionava, come una madre mostrandogli
il suo affetto e la sua pietà.
Finalmente lo ammonì con dolcezza a non lasciarsi prendere
un'altra volta e gli diede il permesso di andarsene liberamente.
Ma, benché lo avesse messo più volte in terra,
perché partisse, il leprotto ritornava sempre in grembo
al Padre, come se con un senso nascosto percepisse la pietà
del suo cuore.
Alla fine, il Padre lo fece portare in un luogo solitario e
sicuro.
1151 Un fatto simile avvenne nell'isola del lago di
Perugia. Era stato catturato e donato all'uomo di Dio un coniglio.
Mentre era fuggito da tutti gli altri, il coniglio si affidò
con familiarità e sicurezza nelle mani del Santo e andò
a posarsi sul suo grembo.
1152 Mentre faceva la traversata del lago di Rieti,
per raggiungere l'eremo di Greccio, un pescatore, per devozione,
gli offrì un uccello acquatico. Egli lo prese volentieri
e tenendolo sulle mani spalancate, lo invitò a partire.
Ma, siccome l'uccello non voleva andarsene, il Santo, levando
gli occhi al cielo, si immerse in una lunga preghiera.
Dopo molto tempo, ritornando in se stesso, come da un altro
mondo, ripetutamente con dolcezza comandò all'uccelletto
che se ne andasse, a lode di Dio. E quello, allora, ricevuto
il permesso e la benedizione, esprimendo con i movimenti del
corpo la sua gioia, volò via.
1153 Sempre mentre attraversava quel lago, gli fu offerto
un grosso pesce, ancora vivo: chiamandolo, secondo la sua abitudine,
col nome di fratello, lo rimise in acqua, accanto alla barca.
Ma il pesce si mise a giocare nell'acqua, davanti all'uomo di
Dio, e, quasi adescato dal suo amore, per nessuna ragione si
allontanò dalla barca, prima di averne ricevuto il permesso
e la benedizione.
1154 9. In un'altra circostanza, mentre attraversava
con un altro frate le paludi di Venezia, trovò una grandissima
moltitudine di uccelli, che se ne stavano sui rami a cantare.
Come li vide, disse al compagno: “I fratelli uccelli stanno
lodando il loro Creatore; perciò andiamo in mezzo a loro
a recitare insieme le lodi del Signore e le ore canoniche”.
Andarono in mezzo a loro e gli uccelli non si mossero. Poi,
siccome per il gran garrire, non potevano sentirsi l'un l'altro
nel recitare le ore, il Santo si rivolse agli uccelli e disse:
“Fratelli uccelli, smettete di cantare, fino a quando
avremo finito di recitare le lodi prescritte”.
Quelli tacquero immediatamente e se ne stettero zitti, fin al
momento in cui, recitate a bell'agio le ore e terminate debitamente
le lodi, il Santo diede la licenza di cantare.
Appena l'uomo di Dio ebbe accordato il permesso, ripresero a
cantare, secondo il loro costume.
1155 A Santa Maria della Porziuncola, c'era una cicala,
sopra un fico, vicino alla cella dell'uomo di Dio, e continuava
a cantare, e lo stimolava col suo canto a lodare il Signore,
giacché egli aveva imparato ad ammirare la magnificenza
del Creatore anche nelle piccole cose. Un giorno il servo del
Signore chiamò la cicala che, quasi istruita dal cielo,
volò sopra la sua mano, e le disse: “Canta, sorella
mia cicala, e loda col tuo giubilo Iddio creatore”.
Essa, obbedendo senza indugio, incominciò a cantare e
non smise, finché, per ordine del Padre, volò
di nuovo al suo posto.
Rimase là per otto giorni, e ogni giorno, obbedendo ai
suoi ordini, andava da lui, cantava e ripartiva.
Alla fine l'uomo di Dio disse ai compagni: “Licenziamo
ormai la nostra sorella cicala, perché, in questi otto
giorni, ci ha stimolato abbastanza a lodare Dio e ci ha rallegrato
abbastanza con il suo canto”.
E subito, avuto da lui il permesso, la cicala si ritirò
e non comparve più in quel luogo, come se non osasse
assolutamente trasgredire l'ordine ricevuto.
1156 10. Quando era a Siena, ammalato, un nobiluomo
gli fece portare un fagiano vivo, che aveva preso allora.
Appena ebbe visto e udito l'uomo santo, il fagiano si sentì
legato a lui con amicizia così profonda, che non riusciva
in nessuna maniera a vivere da lui separato. Lo portarono ripetutamente
nella vigna, fuori del luoghicciolo dei frati, perché
se ne andasse a suo piacimento; ma sempre, con rapido volo tornava
dal Padre, come se da sempre fosse stato allevato da lui personalmente.
In seguito, lo regalarono ad un uomo che aveva l'abitudine di
visitare per devozione il servo di Dio. Ma il fagiano, addolorato
per la lontananza dal padre pietoso, si rifiutava assolutamente
di mangiare. Dovettero, perciò, riportarlo dal servo
di Dio: appena lo scorse, il fagiano, esibendosi in manifestazioni
di allegria, si mise subito a mangiare avidamente.
1157 Quando il padre pietoso arrivò all'eremo
della Verna, per celebrarvi la quaresima in onore dell'arcangelo
Michele, uccelli di varia specie incominciarono a tesser voli
intorno alla sua celluzza, con sonori concenti e gesti di letizia,
quasi volessero mostrare la loro gioia per il suo arrivo e invitarlo
e lusingarlo a rimanere.
A questo spettacolo, il Santo disse al compagno: “Vedo,
fratello, che è volere di Dio che noi ci tratteniamo
un po' di tempo qui: tanto i nostri fratelli uccelletti sono
contenti per la nostra presenza”.
1158 Durante il suo soggiorno lassù, un falco,
che proprio lì aveva il suo nido, gli si legò
con patto di intensa amicizia. Durante la notte, anticipava
sempre col suono del suo canto, l'ora in cui il Santo aveva
l'abitudine di alzarsi per l'ufficio divino.
Ciò riusciva assai gradito al servo di Dio, perché
quel gran darsi da fare del falco là intorno, scacciava
da lui ogni torpore ed ogni pigrizia.
Quando, però, il servo di Cristo sentiva più del
solito il peso della malattia, il falcone lo risparmiava e non
suonava la sveglia così a puntino: quasi ammaestrato
da Dio, faceva squillare la campanella della sua voce solo sul
far dell'alba.
Sembra proprio che l'esultanza esibita dagli uccelli di così
varia specie e il canto del falcone fossero un presagio divino.
Difatti proprio in quel luogo e in quel tempo il cantore e adoratore
di Dio, librandosi sulle ali della contemplazione, avrebbe raggiunto
le altezze supreme della contemplazione per l'apparizione del
Serafino.
1159 11. Gli abitanti di Greccio, quando egli dimorava
in quell'eremo, venivano vessati da molteplici malanni: branchi
di lupi rapaci divoravano non soltanto gli animali, ma anche
delle persone; la grandine regolarmente ogni anno devastava
campi e vigne.
A quella gente così sfortunata l'araldo del santo Vangelo
disse, perciò, durante una predica: “A onore lode
di Dio onnipotente, mi faccio garante davanti a voi che tutti
questi flagelli scompariranno, se mi presterete fede e se avrete
compassione di voi stessi, cioè se, dopo una confessione
sincera, vi metterete a fare degni frutti di penitenza”.
“Però vi predico anche questo: se sarete ingrati
verso i benefici di Dio e ritornerete al vomito, il flagello
si rinnoverà, si raddoppierà la pena e infierirà
su di voi un'ira più terribile”.
Alla sua esortazione, gli abitanti fecero penitenza - e da allora
cessarono le stragi, si dispersero i pericoli, lupi e grandine
non fecero più danni. Anzi, fatto ancor più notevole,
se capitava che la grandine cadesse sui campi confinanti, come
si avvicinava al loro territorio là si arrestava oppure
deviava in altra direzione. Osservò la grandine, osservarono
i lupi la convenzione fatta col servo di Dio né più
osarono violare le leggi della pietà, infierendo contro
uomini che alla pietà si erano convertiti, ma solo fino
a quando costoro restarono fedeli ai patti promessi e non trasgredirono,
da empi, le piissime leggi di Dio.
1160 Dobbiamo, dunque, considerare con pio affetto
la pietà di quest'uomo beato, che fu così meravigliosamente
soave e potente da domare gli animali feroci, addomesticare
quelli selvatici, ammaestrare quelli mansueti, indurre all'obbedienza
i bruti, divenuti ribelli all'uomo dal tempo della prima caduta.
Questa è veramente la pietà che, stringendo in
un solo patto d'amore tutte le creature, è utile a tutto,
avendo la promessa della vita presente e della futura.
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